Donne e violenza. Il fantoccio della colpa e l’esigenza della difesa

C’è una cosa che torna sempre, quando una donna subisce violenza: la colpa. Non quella dell’aggressore — quella della donna.

C’è una cosa che torna sempre, quando una donna subisce violenza: la colpa.
Non quella dell’aggressore — quella della donna.
“Perché era lì?”
“Perché era vestita così?”
“Perché non se n’è andata prima?”
“Perché non ha reagito?”

La società costruisce intorno alle donne un fantoccio, un manichino invisibile a cui appendere tutte le responsabilità che non vuole vedere. È il fantoccio della colpa. Serve a non guardare in faccia la realtà più scomoda: che la violenza non è un incidente, è un sistema.

E dentro questo sistema alle donne viene chiesto di essere prudenti, attente, sobrie, vigili, sempre un passo avanti al pericolo.
Non per essere libere.
Per non essere colpevoli.

Ma io non lavoro sull’autodifesa.
Io lavoro sull’autoconsapevolezza. 

Perché l’autodifesa, così come viene spesso raccontata, rischia di diventare un altro strato di colpa: “se non ti sei difesa abbastanza, è anche un po’ colpa tua”.
L’autoconsapevolezza invece è un’altra cosa: è tornare ad abitare il proprio corpo, le proprie sensazioni, i propri confini. È riconoscere quando qualcosa non va, prima ancora che diventi violenza.

Le donne vengono educate fin da piccole a dubitare di sé.

“Non esagerare.”
“Stai calma.”
“Non essere paranoica.”
“Non essere aggressiva.”
Così impariamo a ignorare i segnali più precisi che abbiamo: la pelle che si tende, lo stomaco che si chiude, la voce interna che dice “attenzione”.

E quando poi succede qualcosa, ci chiedono perché non l’abbiamo previsto.

In palestra io vedo questo ogni giorno.
Donne forti, intelligenti, capaci, che però non sentono più il proprio corpo come una casa. Lo sentono come qualcosa da controllare, da rendere piccolo, da non disturbare.
E la violenza prospera proprio lì: dove una persona ha smesso di occupare spazio.

La boxe, per come la insegno io, non serve a “menare”.
Serve a ritornare nel corpo.
A sentire i piedi per terra.
A sentire il peso.
A sentire il respiro.
A sentire il colpo che parte e quello che arriva.

Quando una donna scopre che può colpire senza chiedere scusa, succede qualcosa di enorme.
Non diventa violenta.
Diventa presente.

E una donna presente è una donna che sente prima, che si fida dei propri segnali, che non ha bisogno di giustificare il proprio “no”.

La vera difesa non è la tecnica.
È la chiarezza interna.
È sapere dove finisci tu e dove comincia l’altro.
È non dover sorridere quando vorresti andartene.
È non dover spiegare perché qualcosa ti mette a disagio.

La violenza sulle donne non si combatte solo con leggi e pene — che sono fondamentali — ma anche restituendo alle donne il diritto di sentire e di occupare spazio.
Di essere forti senza essere colpevoli.
Di essere arrabbiate senza essere pazze.
Di essere spaventate senza essere deboli.

Il fantoccio della colpa vive del silenzio delle donne e della loro disconnessione dal corpo.
Ogni volta che una donna torna a sentire, quel fantoccio perde potere.

E forse la rivoluzione più profonda non è imparare a difendersi.
È smettere di chiedere scusa per esistere.

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