Sabato delle Donne: la forza nasce dal movimento, dalla stabilità e dalla consapevolezza
Da dove nasce la forza di un pugno? Come attraversa il nostro corpo? E perché essere stabili non significa rimanere ferme? Nel terzo incontro del Sabato delle Donne di KBC abbiamo esplorato queste domande attraverso il movimento, la sperimentazione e il pugilato.
Da dove nasce la forza di un pugno? Come attraversa il nostro corpo? E perché essere stabili non significa rimanere ferme? Nel terzo incontro del Sabato delle Donne di KBC abbiamo esplorato queste domande attraverso il movimento, la sperimentazione e il pugilato.
Dal centro al movimento, dal movimento alla forza
Questa mattina, al Sabato delle Donne, eravamo una decina.
Abbiamo iniziato riprendendo il percorso costruito insieme nei due incontri precedenti.
Nel primo avevamo lavorato sul centro, sulla capacità di percepire il nostro equilibrio e riconoscere i nostri punti di riferimento.
Nel secondo avevamo affrontato il tema del muoversi, scoprendo quanto sia importante sapere dove si trova il nostro corpo nello spazio e come la stabilità non sia qualcosa da conservare rimanendo immobili, ma una capacità da sviluppare anche durante il movimento.
Oggi abbiamo fatto un passo ulteriore.
Ci siamo chieste: da dove nasce la forza? E come possiamo utilizzarla attraverso il nostro corpo?
Per cercare una risposta non siamo partite semplicemente dal tirare pugni più forti. Abbiamo sperimentato, osservato e cercato di comprendere cosa succede al nostro corpo quando proviamo a produrre e trasmettere forza.
Attraverso alcune prove con i colpitori, esercizi a corpo libero e lavoro al sacco, abbiamo esplorato il rapporto tra appoggi, equilibrio, rotazione, coordinazione e potenza del colpo.
La fisica di un pugno
Quando osserviamo qualcuno colpire un sacco, siamo portate a pensare che la forza del pugno dipenda soprattutto dalla potenza delle braccia.
In realtà, il braccio è soltanto l’ultimo elemento di un sistema molto più complesso.
Un pugno efficace coinvolge tutto il corpo: piedi, gambe, bacino, tronco, spalle e braccia devono collaborare in un movimento coordinato.
Dal punto di vista fisico, uno dei concetti fondamentali è quello della quantità di moto, che dipende dalla massa e dalla velocità.
Quantità di moto = massa × velocità
Quando il pugno raggiunge il bersaglio, avviene un’interazione durante la quale la quantità di moto cambia in un intervallo di tempo molto breve. La forza media dell’impatto dipende dalla rapidità di questa variazione.
Questo ci aiuta a comprendere che non basta muovere velocemente il braccio.
Conta anche come il resto del corpo partecipa al gesto, come vengono organizzate le accelerazioni e come avviene il contatto con il bersaglio.
I movimenti stereotipati: quando il corpo segue ciò che crediamo di sapere
Durante la lezione abbiamo parlato anche di quelli che mi piace chiamare movimenti stereotipati.
Nel corso della nostra vita costruiamo continuamente idee su come funzionano le cose, spesso senza rendercene conto.
Osserviamo le persone, imitiamo i loro gesti, assorbiamo immagini e comportamenti. Attraverso queste esperienze sviluppiamo delle rappresentazioni mentali che finiscono per sembrarci naturali, quasi ovvie.
E spesso non ci chiediamo se siano corrette, almeno finché qualcosa non ci porta a metterle in discussione.
Un esempio molto semplice riguarda proprio il pugno.
Quando chiedo a una persona che non ha mai praticato pugilato di tirare un colpo, molto spesso il movimento parte dalle spalle e prosegue con il braccio.
È come se nella sua rappresentazione mentale la forza del pugno nascesse principalmente dalla parte superiore del corpo.
E questo è comprensibile.
Quando guardiamo qualcuno tirare un pugno, ciò che attira maggiormente la nostra attenzione è il braccio che si muove e la mano che raggiunge il bersaglio.
È molto meno immediato osservare il lavoro degli appoggi, delle gambe, del bacino e del tronco.
Non è ignoranza e non è necessariamente mancanza di coordinazione.
È semplicemente il risultato di un’idea del movimento che abbiamo costruito attraverso le nostre esperienze.
Per questo, quando spiego che la boxe è soprattutto uno sport di gambe, molte persone rimangono sorprese.
Ancora di più quando scoprono che, prima di imparare a tirare pugni, è fondamentale imparare a muoversi, a utilizzare gli appoggi e a gestire la distanza.
Il footwork, il lavoro dei piedi, non è un elemento secondario della boxe.
È ciò che ci permette di trovare la posizione, organizzare il corpo, contribuire alla produzione della forza e mantenere la possibilità di attaccare o difenderci.
Ecco perché, durante l’apprendimento, non basta ripetere un movimento fino a eseguirlo correttamente.
A volte dobbiamo prima mettere in discussione l’idea che abbiamo di quel movimento.
Scoprire che ciò che ci sembrava naturale non è necessariamente il modo più efficace di agire.
Imparare un gesto nuovo significa, qualche volta, abbandonare un’idea vecchia.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del pugilato educativo.
Attraverso l’esperienza corporea possiamo accorgerci di quanto alcune nostre convinzioni siano radicate, anche quando non sappiamo esattamente da dove arrivino.
Possiamo sperimentare alternative, confrontarle e costruire nuove possibilità di movimento.
Non si tratta semplicemente di sostituire un gesto sbagliato con uno giusto.
Si tratta di ampliare la nostra capacità di comprendere e utilizzare il corpo.
A volte, per imparare a muoverci in modo diverso, dobbiamo prima scoprire che il movimento che consideravamo naturale era soltanto uno dei tanti possibili.
La forza attraversa il corpo
Nel pugilato si dice spesso che la forza parte dai piedi.
I piedi sono il nostro punto di contatto con il terreno. Attraverso gli appoggi esercitiamo forze sul suolo e riceviamo forze di reazione che contribuiscono al movimento.
Le gambe, il bacino e il tronco partecipano all’accelerazione e alla rotazione del corpo, mentre la spalla e il braccio completano il gesto.
La catena cinetica è proprio questa collaborazione tra i diversi segmenti corporei.
Non significa semplicemente sommare la forza dei muscoli, ma coordinarne il lavoro affinché il movimento sia efficace.
Durante gli esercizi abbiamo cercato di percepire questa differenza: cosa succede quando proviamo a colpire utilizzando prevalentemente il braccio? E cosa cambia quando coinvolgiamo gli appoggi, la rotazione del bacino e il resto del corpo?
A volte, per colpire meglio, non dobbiamo fare più forza. Dobbiamo imparare a utilizzarla meglio.
La stabilità: essere in equilibrio mentre ci muoviamo
Qui siamo tornate a un concetto già incontrato nelle lezioni precedenti: la stabilità.
Per produrre un colpo efficace abbiamo bisogno di appoggi che ci permettano di utilizzare il terreno e di un corpo capace di coordinare il movimento.
Ma essere stabili non significa essere immobili.
Durante un pugno il baricentro può spostarsi, il bacino ruota e l’orientamento dell’asse corporeo può modificarsi.
Queste variazioni fanno parte del movimento.
La capacità di una pugile non consiste nell’impedirle, ma nel saperle gestire e nel recuperare rapidamente un’organizzazione corporea efficace.
Questo non significa necessariamente tornare alla posizione iniziale.
Significa ritrovare una condizione che permetta di continuare a muoversi, colpire, difendersi oppure allontanarsi.
Una buona guardia non è una posizione rigida da mantenere a tutti i costi. È un’organizzazione del corpo che ci permette di utilizzare gli appoggi, ruotare le anche, cambiare direzione e adattarci a ciò che accade.
La stabilità non è una posizione da conservare, ma una capacità da sviluppare continuamente.
La capacità elastica: per essere forti dobbiamo essere morbide
Uno degli aspetti sui quali ci siamo soffermate durante la lezione è stato quello dell’elasticità.
Quando pensiamo alla forza, spesso immaginiamo un muscolo contratto, un corpo rigido, una tensione continua.
Eppure, per eseguire un colpo veloce ed efficace, dobbiamo imparare anche a essere morbide.
Un corpo eccessivamente contratto ostacola il movimento, limita la velocità e rende più difficile coordinare i diversi segmenti corporei.
Il nostro sistema muscolo-tendineo possiede proprietà elastiche che possono contribuire al movimento, mentre la capacità di attivare e rilassare opportunamente i muscoli permette di evitare tensioni inutili.
Possiamo pensare a un elastico: la sua capacità di deformarsi e ritornare verso la propria forma ci aiuta a immaginare come l’energia elastica possa partecipare al movimento.
Nel corpo umano, però, questo processo è più complesso: non dipende soltanto dall’elasticità dei tessuti, ma anche dall’attivazione muscolare e dalla coordinazione.
Nel pugilato dobbiamo quindi imparare a essere sciolte durante il movimento, rapide nell’accelerazione e capaci di organizzare il corpo al momento dell’impatto.
Essere morbide non significa essere deboli. Significa non sprecare energia irrigidendo ciò che deve potersi muovere.
Lo snap: il completamento del colpo
Durante la lezione abbiamo parlato anche dello snap, quella rapida azione finale che contribuisce a rendere il colpo più efficace.
Abbiamo visto come la forza di un pugno non nasca dalla mano, ma dalla collaborazione di tutto il corpo: gli appoggi, le gambe, la rotazione delle anche, il tronco e infine il braccio.
Lo snap si inserisce nella parte conclusiva di questa sequenza. La rotazione finale del pugno, quando prevista dalla tecnica, contribuisce al corretto orientamento della mano e alla coordinazione dell’impatto.
Non è quindi un movimento isolato capace di generare improvvisamente potenza, ma un elemento che può contribuire a esprimere con maggiore efficacia la forza sviluppata attraverso l’intera catena cinetica.
E per riuscirci abbiamo bisogno proprio di quella qualità sulla quale abbiamo lavorato durante la lezione: essere morbide, elastiche e coordinate, senza irrigidirci inutilmente.
Perché un colpo efficace non dipende soltanto da quanta forza riusciamo a sviluppare, ma anche da come e quando la utilizziamo.
Colpire non significa spingere
Un’altra differenza che abbiamo esplorato è quella tra colpire e spingere.
Sono due azioni che possono sembrare simili, ma che hanno caratteristiche differenti.
Quando spingiamo un oggetto, esercitiamo una forza per un intervallo di tempo relativamente prolungato, cercando di accompagnarne lo spostamento.
Quando colpiamo, invece, il contatto è generalmente molto più breve e l’obiettivo è produrre un impatto rapido.
Pensiamo alla differenza tra appoggiare le mani su un sacco e spingerlo lontano, oppure raggiungerlo con un pugno veloce.
Nel primo caso continuiamo ad applicare forza mentre il sacco si sposta.
Nel secondo caso trasferiamo quantità di moto durante un contatto breve.
Anche una spinta può produrre una forza elevata, ma il modo in cui questa viene applicata è differente.
Nel pugilato imparare a distinguere queste due azioni significa anche comprendere che non dobbiamo necessariamente accompagnare il bersaglio con il braccio per ottenere un colpo efficace.
Dobbiamo invece coordinare accelerazione, distanza, allineamento e impatto.
Colpire non significa spingere più forte: significa organizzare il corpo per produrre un impatto efficace.
Le gambe ci permettono di trovare la distanza
Le gambe non servono soltanto a contribuire alla produzione della forza.
Ci permettono anche di scegliere dove trovarci.
Nel pugilato, un colpo può essere tecnicamente corretto e potente, ma risultare inefficace se viene portato dalla distanza sbagliata.
Se siamo troppo lontane, rischiamo di non raggiungere il bersaglio o di sbilanciarci per farlo.
Se siamo troppo vicine, potremmo non avere lo spazio necessario per sviluppare determinati colpi.
Attraverso gli spostamenti possiamo avvicinarci, arretrare, cambiare angolazione e trovare una posizione più favorevole.
Per questo il lavoro delle gambe è fondamentale sia per l’offesa sia per la difesa.
Non basta sapere come colpire. Dobbiamo anche sapere da dove colpire.
La boxe è uno sport di situazione
La boxe è uno sport di situazione.
Non possiamo sapere in anticipo esattamente cosa accadrà.
L’altra persona si muove, cambia distanza, attacca, difende e reagisce alle nostre azioni.
Possiamo prepararci, anticipare alcune possibilità e costruire una strategia, ma dobbiamo essere capaci di modificarla continuamente.
Per questo un buon pugile non deve soltanto saper eseguire un colpo potente.
Deve essere in grado di riorganizzare il proprio corpo in funzione di ciò che accade.
Il baricentro si sposta, l’asse corporeo cambia orientamento, le anche ruotano e gli appoggi si modificano.
La capacità consiste nel gestire queste trasformazioni e ritrovare rapidamente una condizione funzionale all’azione successiva.
Potremmo dover colpire ancora, difenderci, cambiare direzione oppure uscire rapidamente dalla distanza.
E non possiamo sempre sapere prima quale di queste possibilità sarà necessaria.
Un buon pugile non è quello che non perde mai l’equilibrio, ma quello che sa continuamente ritrovarlo senza perdere la capacità di agire.
Dalla tecnica alla consapevolezza
Tutto questo ci riporta al significato del percorso che stiamo costruendo insieme al Sabato delle Donne.
Nel nostro lavoro, il pugilato non è soltanto imparare a eseguire correttamente un gesto tecnico.
È anche un’occasione per conoscere meglio il nostro corpo.
Riconoscere gli appoggi, percepire il baricentro, scoprire come si muove il bacino, comprendere il rapporto tra tensione e rilassamento, tra stabilità e mobilità.
E imparare a riconoscere dove ci troviamo nello spazio e come possiamo modificare la nostra posizione.
All’inizio tutto questo richiede attenzione.
Dobbiamo fermarci, osservare, ascoltare le sensazioni e provare più volte.
Con la pratica, molte di queste capacità diventano progressivamente più automatiche e disponibili anche quando dobbiamo reagire rapidamente.
La consapevolezza non serve a pensare a ogni singolo movimento mentre lo eseguiamo.
Serve anche a costruire, attraverso l’esperienza, un corpo capace di rispondere con maggiore efficacia.
La forza non è soltanto potenza
Siamo partite dal centro.
Abbiamo scoperto che muoversi significa anche modificare il nostro equilibrio, rischiare di perderlo e imparare a ritrovarlo.
Oggi abbiamo esplorato come da quel movimento possa nascere la forza.
Abbiamo sperimentato quanto sia importante essere elastiche, quanto la coordinazione influenzi l’efficacia del colpo e quale differenza esista tra colpire e spingere.
Ma abbiamo anche scoperto che la forza, da sola, non basta.
Per essere efficace deve incontrare coordinazione, stabilità, velocità, distanza e capacità di adattamento.
Non serve soltanto a colpire più forte.
Serve a comprendere come utilizzare il nostro corpo in relazione a ciò che accade.
Ed è qui che la fisica del pugilato incontra il significato educativo del nostro percorso.
La forza non è soltanto ciò che siamo capaci di esprimere verso l’esterno, ma anche il modo in cui riusciamo a organizzarci per farlo.
Al Sabato delle Donne continuiamo a esplorare tutto questo insieme, attraverso il movimento, la sperimentazione e il confronto.
Perché la boxe, per noi, non è il fine.
È lo strumento attraverso il quale impariamo a conoscerci, a muoverci e a scoprire nuove possibilità.
Il Sabato delle Donne – KBC
Uno spazio per muoversi, confrontarsi, ascoltarsi e scegliere.
Ogni sabato dalle 12:00 alle 13:00
KBC – Kaabour’s Boxing Central
Salita San Leonardo 2R, Genova




