Il Sabato delle Donne: muoversi, perdersi, ritrovarsi. E accettarsi.
14 donne, 14 storie diverse, 14 modi di percepire se stesse e il mondo. E una domanda dalla quale partire: che cosa significa muoversi?
Nel secondo incontro de Il Sabato delle Donne, alla KBC abbiamo continuato il nostro percorso attraverso la boxe, il movimento, l’ascolto e il confronto.
Una mattinata fatta di esercizi, risate, qualche difficoltà e tante riflessioni. Perché in questo percorso non ci sono soltanto persone che insegnano e persone che imparano. Ognuna porta qualcosa di sé, delle proprie esperienze e del proprio modo di vedere il mondo. E ogni contributo può cambiare la direzione della lezione.
Prima di muoversi, sapere dove siamo
Siamo ripartite dal lavoro del primo incontro: il nostro centro, l’equilibrio, la consapevolezza del corpo.
Nella boxe sapere dove si trovano i piedi, come distribuiamo il peso e dove si trova il nostro baricentro è fondamentale. Ci permette di muoverci, cambiare direzione, rispondere rapidamente a ciò che accade.
Abbiamo ripassato i movimenti del footwork, imparando a riconoscere come il corpo si organizza nello spazio.
Ma conoscere il proprio centro è sufficiente per mantenerlo?
Non sempre.
Perché possiamo sapere perfettamente dove siamo e come ci muoviamo, ma quando qualcosa intorno a noi cambia, quando aumenta lo stress, quando qualcuno fa qualcosa che non ci aspettiamo, anche il nostro equilibrio viene messo alla prova.
E questo non è necessariamente un problema. È parte dell’esperienza.
Muoversi rispetto a qualcun’altra
Nella boxe non ci muoviamo mai soltanto per noi stesse. Ci muoviamo anche in relazione a un’altra persona, che ha le proprie intenzioni, le proprie capacità, le proprie difficoltà e soprattutto la libertà di decidere.
Abbiamo lavorato a coppie, muovendoci in guardia e utilizzando i passi della boxe.
Ma chi doveva seguire chi?
Era meglio seguire la compagna oppure farsi seguire? Prendere l’iniziativa o aspettare? E se l’obiettivo fosse stato ottenere un vantaggio sull’altra, sarebbe stato più utile inseguirla oppure indurla a compiere un passo falso?
Non esisteva una risposta uguale per tutte.
Abbiamo scoperto che muoversi non significa soltanto spostare il corpo, ma anche scegliere come, quando, dove e perché farlo.
E abbiamo ragionato sull’importanza della distanza: quello spazio che, nella boxe, ci permette di osservare l’altra persona, valutare ciò che accade e decidere come agire.
Quando arriva l’imprevisto
Poi abbiamo aggiunto una difficoltà.
Una delle due compagne doveva compiere improvvisamente un’azione capace di sorprendere l’altra.
Sapevamo che sarebbe successo qualcosa. Ma non sapevamo quando.
Ed è proprio questo che ha messo in difficoltà molte di noi.
Perché a volte non è tanto ciò che potrebbe accadere a destabilizzarci, quanto il non sapere quando accadrà.
Abbiamo sperimentato la tensione dell’attesa, l’incertezza, la difficoltà di continuare a muoverci con naturalezza quando una parte della nostra attenzione è impegnata ad aspettare qualcosa.
Abbiamo poi lavorato sull’equilibrio durante il movimento circolare, prima con gli occhi aperti e successivamente con gli occhi chiusi, scoprendo quanto cambino le nostre sensazioni quando viene meno un riferimento importante.
E dopo ogni esperienza ci siamo fermate.
Non per stabilire chi avesse fatto bene e chi male, ma per chiederci: che cosa abbiamo sentito? Che cosa è successo dentro di noi?
La paura non è sbagliata
Una parte importante dell’incontro è stata dedicata alle emozioni.
Nella boxe sappiamo che l’altra persona potrebbe colpirci. Ma abbiamo parlato anche di un’altra paura, spesso meno considerata: quella di fare male.
Per molte donne il rapporto con l’aggressività è complesso. Cresciamo spesso con l’idea che dobbiamo prenderci cura degli altri, essere accomodanti, non essere aggressive perché non sarebbe un comportamento da “femmine”.
Così rischiamo di confondere l’aggressività con la violenza e di giudicare ciò che proviamo ancora prima di comprenderlo.
Ma provare un’emozione non è sbagliato.
La paura non è sbagliata. La rabbia non è sbagliata. L’aggressività non è di per sé qualcosa di cui vergognarsi.
Sono esperienze che possiamo imparare a sentire, riconoscere e accettare.
Non lavoriamo per eliminare le emozioni, né per controllarle o reprimerle. Lavoriamo per imparare a modularle.
Una delle partecipanti ha condiviso una riflessione semplice e preziosa:
“A volte, quando provo paura per qualsiasi cosa, mi fermo e mi dico: ok, ho paura… ma non morirò certo per questo.”
Ecco cosa significa modulare.
Non fingere che la paura non esista. Non cercare di soffocarla. Ma riconoscerla, accettare che sia presente e provare a rapportarsi a essa in modo diverso.
Questo non significa riuscirci sempre. Ci sono momenti nei quali le emozioni sono così intense da travolgerci, anche quando sappiamo riconoscerle.
E va bene anche questo.
Cadere, rialzarsi. Oppure stare a terra.
Sulla nostra lavagna abbiamo scritto una domanda:
Cosa vuol dire muoversi?
Le risposte sono state tante.
Sbagliare. Rischiare. Cadere. Rialzarsi. Abbandonare. Cambiare idea. Seguire gli altri. Avere iniziativa. Stare a terra.
Parole diverse, a volte apparentemente contraddittorie, ma tutte capaci di raccontare qualcosa del movimento e della vita.
Perché muoversi significa anche rischiare di sbagliare. Significa perdere l’equilibrio, cambiare direzione, fermarsi.
E soprattutto significa poter scegliere.
Non dobbiamo necessariamente rialzarci subito. Non dobbiamo essere sempre forti, sempre coraggiose, sempre capaci di affrontare tutto.
A volte possiamo semplicemente riconoscere che, in quel momento, non riusciamo a fare di più.
Il diritto di essere imperfette
Ripensando a questa seconda lezione, mi viene in mente un’altra riflessione, che riguarda il senso di colpa.
Quante volte, soprattutto come donne e come madri, ci sentiamo in colpa perché pensiamo che avremmo potuto fare meglio?
Lo penso anche guardando alla mia esperienza personale.
A volte facciamo tantissimo per i nostri figli, mettiamo tutte le nostre energie nel cercare di fare la cosa giusta, eppure basta una situazione che non siamo riuscite a gestire come avremmo voluto per sentirci profondamente in colpa.
Avrei potuto avere più pazienza. Avrei potuto reagire diversamente. Avrei potuto fare meglio.
Ma siamo davvero obbligate a riuscire sempre?
Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto della nostra vita ci mette davanti a ostacoli, opportunità, imprevisti e difficoltà. E non sempre abbiamo le risorse per affrontare tutto come vorremmo.
Proprio come durante gli esercizi in palestra, possiamo conoscere il nostro centro, sapere come ritrovarlo e cercare di mantenerlo, ma quando le situazioni di stress si moltiplicano possiamo comunque perdere l’equilibrio.
E qualche volta, nonostante tutti i nostri sforzi, non riusciamo a ritrovarlo.
Accettare la nostra imperfezione non significa rinunciare a migliorare. Significa riconoscere che possiamo sbagliare senza trasformare ogni errore in una colpa.
Possiamo assumerci la responsabilità delle nostre azioni, imparare, chiedere scusa, riprovare.
Ma possiamo anche accettare che, in quel momento, abbiamo fatto ciò che eravamo in grado di fare, anche quando il risultato non è stato quello che speravamo.
Forse è proprio questo uno degli aspetti più importanti del lavoro che stiamo facendo: imparare a riconoscere i nostri limiti senza giudicarci continuamente per averli.
Non dobbiamo essere perfette per avere valore. E non dobbiamo riuscire sempre per poter dire di averci provato.
Una lezione che abbiamo costruito insieme
Il Sabato delle Donne non è un percorso nel quale qualcuno possiede tutte le risposte.
Gli esercizi sono occasioni per sperimentare, ma sono le esperienze, le parole e le riflessioni delle partecipanti a dare forma a ciò che accade.
Ognuna sente qualcosa di diverso. Ognuna interpreta ciò che vive attraverso la propria storia.
E proprio per questo ogni incontro è anche un’occasione di apprendimento per chi lo conduce.
Questa seconda lezione ci ha ricordato che il nostro centro non è qualcosa che troviamo una volta per tutte e che poi rimane immutabile.
La vita continua a metterlo alla prova.
A volte riusciamo a ritrovarlo, altre volte no. Possiamo lavorarci, cercarlo nuovamente, imparare a riconoscere ciò che ci destabilizza.
E quando non ci riusciamo, possiamo provare ad accettare anche questo.
Perché muoversi non significa necessariamente andare avanti, vincere o riuscire. Significa anche avere la libertà di sbagliare, fermarsi, cambiare idea e ricominciare. Senza dover dimostrare continuamente di essere all’altezza di un ideale di perfezione.
Grazie alle quattordici donne che hanno condiviso questa mattinata, i loro pensieri, le loro emozioni e una parte delle loro storie.
Ci siamo messe in movimento insieme. E insieme abbiamo imparato qualcosa in più, anche su noi stesse.
Il Sabato delle Donne – KBC
Uno spazio per muoversi, confrontarsi, ascoltarsi e scegliere.
Ogni sabato dalle 12:00 alle 13:00
KBC – Kaabour’s Boxing Central
Salita San Leonardo 2R, Genova



